Oltre la siepe

Chi impara realmente a vedere si avvicina all’invisibile 

Paul Celan

Oltre la siepe

Un viaggio nell’invisibilità che la società preferisce non vedere

Chi impara realmente a vedere si avvicina all’invisibile 

Paul Celan

Dietro le case con il giardino, le cene nei ristoranti stellati e la possibilità di fare shopping settimanalmente, c’è chi non può permettersi nulla di tutto questo. Sono persone nascoste nell’ombra, che osservano da lontano la società, che non si fanno né sentire né vedere. Eppure chi ha uno sguardo più attento riesce a scorgerle, a individuarle in mezzo alla massa. Queste persone sussurrano al mondo, ma solo i veri ascoltatori sono in grado di recepire la loro richiesta di aiuto.
Molto spesso ci troviamo immersi in una società che non ci lascia nemmeno il tempo di pensare. Siamo abituati a un mondo frenetico, in cui riempiamo le nostre giornate di azioni futili e ripetitive. Non abbiamo il tempo di pensare agli altri, di scoprire che cosa si nasconde oltre la siepe di casa nostra. E così, senza nemmeno accorgercene, costruiamo un confine invisibile tra noi e chi vive un’esistenza diversa dalla nostra: più fragile, più esposta, più sola.
Parlare di persone ai margini significa parlare di un universo tutt’altro che omogeneo. Sotto questa etichetta, spesso usata con superficialità, si nascondono storie profondamente diverse tra loro: c’è chi ha perso il lavoro e con esso la casa, chi ha alle spalle una dipendenza, chi è arrivato in Italia in cerca di una vita migliore e si è scontrato con un sistema che fatica ad accoglierlo. C’è anche chi convive con una fragilità psichica che la società non conosce o non vuole comprendere. Sono uomini e donne, spesso anziani, talvolta giovanissimi, che condividono una stessa condizione: essere diventati invisibili agli occhi di chi cammina al loro fianco ogni giorno.
Ma proprio dentro questa invisibilità collettiva si possono distinguere, con onestà e senza generalizzazioni, due categorie molto diverse. Da una parte ci sono le persone che, pur trovandosi in una condizione di marginalità, conservano intatta la volontà di rialzarsi, di ricostruire un percorso, di tornare a far parte di quella società che le ha escluse. Dall’altra ci sono coloro che, spinti dalla disperazione, dalla mancanza di alternative o da un contesto che non ha offerto altre strade, scivolano verso la criminalità, utilizzando la marginalità come attenuante per comportamenti devianti.
La prima categoria è forse la meno raccontata. Sono le persone che, nonostante tutto, non smettono di cercare di avere una vita migliore. C’è chi passa le notti in un dormitorio e la mattina si presenta puntuale a un colloquio di lavoro, chi frequenta i centri di ascolto, i corsi di formazione professionale, gli sportelli delle associazioni di volontariato, nella speranza di rimettere ordine in una vita che si è sgretolata. Si tratta di coloro che, dopo aver toccato il fondo, scelgono ogni giorno di non restarci. La maggior parte delle volte la buona volontà, da sola, raramente basta a risollevarsi: serve una rete, servono opportunità reali, serve che qualcuno tenda la mano e non la ritiri al primo passo falso.
Accanto a questa realtà ne esiste un’altra, altrettanto presente e più difficile da affrontare: quella di chi, trovandosi ai margini e sentendosi invisibile, finisce per abitare la criminalità come unica via di sopravvivenza o come reazione a un’esclusione percepita come definitiva. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere un meccanismo sociale ben documentato: quando una persona perde ogni legame con la società, quando non ha più nulla da perdere, il confine tra legalità e illegalità può assottigliarsi pericolosamente. Piccoli furti, spaccio di strada, reti di sfruttamento sono fenomeni che raccontano spesso una storia di povertà educativa, di famiglie assenti, di quartieri dimenticati dalle istituzioni, di percorsi scolastici interrotti troppo presto. Non è un caso che le organizzazioni criminali reclutino proprio tra le fasce più fragili della popolazione, offrendo denaro facile, un senso di appartenenza, una scorciatoia verso ciò che la società “legale” ha negato loro. È una dinamica che si autoalimenta, in quanto più una persona si allontana da quello che è legale, più diventa difficile per lei rientrarvi. In questo modo la criminalità appare come l’unica identità possibile. Spezzare questo circolo vizioso richiede interventi immediati, tra cui politiche educative nei quartieri più esposti, opportunità lavorative reali per chi esce dal carcere e presenza costante delle istituzioni là dove oggi regna il vuoto.
Ciò che accomuna queste due strade, per quanto opposte negli esiti, è il punto di partenza: l’esclusione. Se davvero si vuole intervenire sulle persone ai margini della società, è da lì che bisogna ripartire. Serve uno sguardo capace di distinguere, di riconoscere le differenze, di offrire strumenti diversi a percorsi diversi. Serve investire in chi ha già scelto di rialzarsi, dando concretezza alla sua volontà. E serve, al tempo stesso, intervenire prima che la disperazione trasformi altre persone in criminali, agendo sulle cause profonde, quali povertà, mancanza di istruzione, assenza di prospettive.
Le persone ai margini non sono un blocco unico e indistinto, ma un insieme di storie individuali, ciascuna con le proprie ragioni, le proprie ferite, le proprie possibilità. Il compito di una società che si voglia definire davvero unita non è distogliere lo sguardo, ma imparare a guardare oltre la siepe di casa: a vedere, ascoltare e, quando possibile, tendere la mano.

A cura di: Benedetta Casini